Sagittarii, con questo termine latino gli antichi Romani identificavano gli arcieri, così come, peraltro, l’unità specializzata nel tiro con l’arco all’interno di un reggimento di fanteria, o di cavalleria, si chiamava sagittariorum. Le prime unità regolari – in funzione ausiliaria – di arcieri montati a cavallo e appiedati apparvero nell’esercito romano nella prima età imperiale. Durante il Principato circa i due terzi di tutti gli arcieri erano a piedi e un terzo era a cavallo. Dal 218 a.C., circa, gli arcieri dell’esercito repubblicano erano virtualmente tutti mercenari, provenienti dall’isola di Creta, che aveva una lunga tradizione in questa disciplina. Se fin dalla Repubblica, arcieri mercenari a piedi erano già stati impiegati, quelli a cavallo furono introdotti solo dopo che i Romani, soprattutto dal I sec. a.C. entrarono in conflitto con gli eserciti orientali che si avvalevano di queste unità di cavalieri. In particolar modo, i Parti, i cui arcieri a cavallo erano stati decisivi per la disastrosa sconfitta di Crasso nella battaglia di Carre. L’epico scontro si verificò il 9 giugno dell’anno 53 a.C. presso il sito che oggi corrisponde alla città di Harran, in Turchia, tra l’esercito della Repubblica romana comandato dal generale Marco Licinio Crasso e l’esercito partico al comando dell’Eran Spahbod Surena.
Crasso fu vittima di un terribile inganno. Secondo Plutarco, la sua decisione di attraversare il deserto fu presa dopo che il generale romano ebbe ascoltato tre nobili parti, i quali presentatisi a lui orribilmente mutilati (labbra, naso, mani…) lo convinsero della loro volontà di volersi vendicare contro il loro imperatore per il torto subito, consigliandolo di seguire una strada alternativa per cogliere di sorpresa le armate partiche stanziate nel deserto. Impressionato dalla crudeltà con la quale i tre erano stati torturati, Crasso seguì il loro consiglio, avventurandosi tra le sabbie. Non sapeva che, in realtà, i nobili parti si erano lasciati mutilare volontariamente per impressionarlo e tendergli un tranello.
Mentre le truppe romane avanzavano lentamente e faticosamente nel deserto, i Parti, piuttosto che accettare uno scontro campale, iniziarono ad attaccare con i loro arcieri a cavallo, che colpivano a distanza, infliggendo gravi perdite, per poi fuggire prima che i Romani potessero reagire.
La battaglia si rivelò un disastro per le forze romane in Medio Oriente, ma fu di grande lezione. Nel I sec. d.C. gli arcieri a cavallo erano già presenti nell’esercito romano e sostennero perfino battaglie contro le tribù germaniche del Nord Europa. La consueta arma degli arcieri romani, sia per le unità di fanteria che di cavalleria, era l’arco composito, anche se Vegezio riferisce di formazioni dotate di “arcubus ligneis” (arco in legno), che probabilmente venivano realizzati secondo la tradizione nord-europea dell’arco lungo. È stato ventilato dagli storici che per la maggior parte gli archi compositi romani fossero asimmetrici, con la parte inferiore più corta rispetto a quella superiore. Nel V sec. d.C. vi sono stati numerosi reggimenti di cavalleria romana addestrati a usare l’arco come un supplemento a spade e lance, ma i Sagittarii veri e propri sembra utilizzassero l’arco come arma primaria piuttosto che come dotazione supplementare. Secondo il Notitia dignitatum, la maggior parte delle unità di Sagittarii, soprattutto montati a cavallo, erano di stanza nell’impero orientale, o in Africa. La loro opera si dimostrò preziosa anche in Europa, contro gli Unni. Dalle cronache di Procopio e dal manuale di arte militare Strategikon, opera dell’imperatore bizantino Maurizio, il più efficace organico posto in campo dagli eserciti romani era quello dei cavalieri, molti dei quali armati di archi. Dopo la caduta dell’Impero di Occidente, gli eserciti romani orientali hanno mantenuto la loro tradizione di tiro con l’arco a cavallo attraverso i secoli.
I Sagittarii nella Colonna Traiana
Uno dei più straordinari monumenti dell’antica Roma fu innalzato nel Foro romano nel 113 a.C. per commemorare la conquista della Dacia (attuale Romania) ed esaltare la gloria dell’imperatore Ulpio Traiano.
La Colonna Traiana, come è passata alla storia, è rimasta sempre in piedi al suo posto fin dal momento della sua costruzione; delinea il paesaggio della Città eterna da quasi duemila anni. Il fregio, nel quale sono state contate circa 2500 figure (l’imperatore Traiano è presente in una sessantina di scene), è stato realizzato come un rotolo che si svolge attorno al fusto della colonna. La visione delle scene era facilitata dalla posizione che si poteva occupare dalle terrazze delle due biblioteche e della Basilica Ulpia, poste ai fianchi della colonna.
La Colonna fornisce preziosissime informazioni sull’equipaggiamento dell’esercito romano e anche delle armate barbare. Dai rilievi possiamo apprendere l’esistenza di tre differenti tipi di arcieri. Alcuni erano dotati di corazza scalare, elmo conico in metallo e mantello. Altri, invece, combattevano senza armatura, con un copricapo conico ed una lunga tunica. La terza categoria comprendeva arcieri equipaggiati allo stesso modo dei fanti ausiliari, ma muniti di archi al posto di giavellotti.
In particolare, nel riquadro numero 50, assistiamo a una scena di battaglia tra truppe ausiliarie romane e daciche. Tra gli ausiliari romani si riconoscono reparti di Sagittarii orientali (forse Palmireni, con la tiara il loro tipico copricapo) e truppe germaniche (con scudi, asce e a petto nudo). I Daci provano a resistere all’impeto romano, ma si vede che alcuni ripiegano verso le retrostanti fortificazioni (sulla destra), altri giacciono caduti a terra (in basso).
Nel riquadro numero 80 si osserva, in basso, un piccolo forte romano cinto da mura. L’immagine mostra l’avanzata romana in territorio nemico sempre diviso in due “colonne”: oltre ai legionari (nella parte alta), preceduti da alcuni ufficiali romani e da trombettieri; nella parte bassa troviamo alcuni ausiliari, tra cui frombolieri, guerrieri germani e Sagittarii orientali.
I tipi di archi utilizzati dalle truppe romane erano quasi certamente provenienti da Siria e Anatolia, ma anche dalla Tracia. Aggiungiamo che gli archi standard usati dalle auxilia romane erano archi compositi, ricurvi, sofisticati, compatti e molto potenti. La Colonna Traiana rappresenta quindi una visita imperdibile per un appassionato di tiro con l’arco che si trovi a Roma. Fra le altre curiosità, si ricordi che la colonna è cava: il monumento, alto complessivamente quasi 40 metri, si erge su un alto basamento quadrangolare ornato su tre lati da bassorilievi con cataste di armi, mentre il lato rivolto verso la basilica ospita l’iscrizione di dedica. Proprio su questo lato si apre la porta d’ingresso alla cella interna dove venne deposta l’urna contenente le ceneri dell’imperatore e da dove è possibile accedere alla lunga scala a chiocciola rischiarata da 43 feritoie che consente di raggiungere la sommità. Intorno a tutto il fusto si avvolge a spirale per ben 23 giri il fregio a bassorilievo lungo circa 200 metri, opera di un ignoto scultore noto come Maestro della Colonna Traiana.
AC
Identificato l’arciere di Pompei
È di pochi mesi fa (dicembre 2016) l’identificazione dei resti di uno dei due pretoriani trovati sepolti appena fuori la cinta muraria di Pompei: si trattava di un sagittarius, un arciere che venne tumulato nei pressi di Porta Nola.
È stata una missione di archeologi anglo-spagnoli a compiere la scoperta, poi divulgata durante un convegno tenuto presso l’Università di Valencia. Da diversi anni gli studiosi stavano compiendo ricerche in quel sito per capire qualcosa di più sui pompeiani, sulle loro abitudini, sui loro mestieri e anche sulle loro caratteristiche fisiche. Gli oggetti della vita quotidiana, di solito ritrovati soprattutto nelle tombe, rendono possibile acquisire preziose informazioni sull’alimentazione, lo stile di vita e i riti di sepoltura degli abitanti dell’antica e fiorente città campana, come tutti sanno, distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
L’arciere sepolto era molto giovane, e giaceva accanto a un altro soldato di circa 45 anni. Come è possibile stabilire l’età di questi individui? Di solito, il dato più attendibile viene ricavato dall’analisi del grado di usura della dentizione, in particolare dalla condizione dello smalto dentale, che cambia notevolmente nel corso della vita. In relazione all’età, inoltre, varia la situazione delle giunture dell’epifisi delle ossa lunghe, nelle quali col tempo diminuisce lo strato della cartilagine articolare, e il grado di “saldatura” delle suture craniche. Altre informazioni sull’età, infine, possono venire dall’osservazione di eventuali alterazioni artritiche, in particolare della colonna vertebrale, che possono essere indice di un’età avanzata.
Sempre da questo tipo di analisi è stato possibile stabilire che i due militari non caddero in combattimento, ma morirono per qualcuna delle tante malattie comuni in quel periodo. Nonostante la giovane età, l’arciere mostrava segni di logoramento osseo a causa del duro allenamento cui si sottoponeva: la pratica del tiro con l’arco gli aveva procurato usura nelle ossa dell’area scapolo-omerale e degli avambracci. Il progetto archeologico anglo-spagnolo continuerà a investigare i differenti ceti sociali presenti a Pompei attraverso i diversi tipi di sepolture, di cui quello di Porta Nola offre un esempio emblematico.




