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THE GREAT WALL
di Valerio Sammarco Critico e giornalista de La Rivista del Cinematografo e Cinematografo.it

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Alla fine è arrivato. Confermando più o meno tutto il carico di premesse che si portava dietro. La megaproduzione sino-hollywoodiana, il film più costoso mai realizzato in Cina, la mano (mai così poco fina) di Zhang Yimou, un improbabile Matt Damon col codino e la terribile, mostruosa leggenda che minaccia in un’epoca lontana (quale non si è capito) la maestosa Grande Muraglia.
Progetto concepito nel 2011 (quindi non date retta a chi continua a menarla con le metafore “muraiole” della nuova era Trump…) e basato sullo script di Carlo Bernard, Doug Miro e Tony Gilroy, che hanno rimaneggiato una precedente stesura di Edward Zwick, The Great Wall riesce addirittura a stupire (in bene) per la prima mezzoretta di film: campi lunghi e migliaia di comparse, l’imperiosità di coreografie e colori con cui Zhang ci presenta l’incredibile armata a difesa della Muraglia è uno spettacolo oggettivamente difficile da dimenticare, al pari della prima, cruenta battaglia tra i malcapitati occidentali, Damon e Pedro Pascal (sì, il compianto Oberyn Martell del Trono di Spade), contro queste fameliche e mitologiche creature che, capiremo presto, dovessero oltrepassare la muraglia metteranno prima a repentaglio la sicurezza del cuore nevralgico dell’Impero e, subito dopo, il mondo intero.
Per fortuna, e questo è il centro “profondo” del senso dell’intera operazione, l’unione farà la forza: un oscuro passato da mercenario, ora in Oriente in cerca della preziosissima “polvere nera” (la polvere da sparo), il personaggio di Matt Damon viene catturato dall’armata che, da generazioni, difende la Grande Muraglia. Non ancora decisi sul da farsi, i soldati capiranno però presto che le sue abilità – soprattutto di arciere – potrebbero fare la differenza contro quelle orribili creature che stanno per sferrare il più terribile degli attacchi.
Unione (non solo metaforica) che, però, al momento ha fruttato meno di quello che gli americani si auguravano: 150 milioni di dollari di budget, il film negli States è andato maluccio (incassando poco più di 35 milioni di dollari in dieci giorni), mentre in Cina la risposta è stata molto più soddisfacente, con 170 milioni incassati nello stesso arco di tempo. Un bell’attestato di fiducia (Xìnrèn, per parafrasare il concetto con cui la bella Jing Tian spiega all’aitante forestiero come funzionano le cose da quelle parti) che però ci sembra un tantino mal riposto, vista l’elementare grossolanità con cui il film disattende, nello sviluppo, quello spettacolo iniziale. Fiducia che, nel nostro piccolo, anche l’Italia ha voluto concedere, regalando a The Great Wall la testa degli incassi al primo weekend di programmazione, con più di 1,3 milioni di euro. Ma è un primato che difficilmente durerà a lungo. •

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