Il Project SNAKE (Surviving a Natural Adventure in a Kenya Experience) al quale noi di Arcieri abbiamo partecipato con successo, è uno dei corsi di survival più impegnativi che esistano: 150 km a piedi nella natura kenyana più selvaggia, in un corridoio che taglia in due il parco dello Tsavo. Il tutto, con pochi litri d’acqua al seguito e un pugno di riso e frutta secca come sole provviste. Al centro del percorso, l’ascesa e il pernottamento sul Monte Kasigau, (1680 m) dalle pendici ripidissime e dalla vegetazione intricata. Un’esperienza molto dura che ha coinvolto survivalisti dai 20 ai 50 anni provenienti da tutta Italia. L’impresa, durata 15 giorni (6-20 novembre) è stata condotta da tre istruttori della scuola di survival Delta Two: Daniele Dal Canto, Daniele Manno e Antonio Gebbia.
Abbiamo potuto renderci conto di persona che alcune popolazioni africane utilizzano ancor oggi arco e frecce per le loro attività ancestrali: la caccia e la guerra. Nella sterminata savana, la lotta per la vita è cosa di tutti i giorni e la natura, da un lato ricchissima di fauna, dall’altro lato è estremamente pericolosa.
Sono tante le precauzioni da prendere in un ambiente in cui l’uomo è parte integrante della catena alimentare… ma non è più al suo vertice.
Fondamentale è l’equipaggiamento di “prima linea”. Bisognerebbe sempre indossare un cinturone con attaccati tre elementi base: un coltello-machete, una tasca utility comprendente un kit di sopravvivenza e un kit sanitario, e infine una borraccia d’acqua. Il coltello è importante perché consente di realizzare il “boma”, un recinto di spine di acacia che è l’unico riparo notturno efficace dai grandi predatori, nella fattispecie leoni, leopardi e iene.
I leoni dello Tsavo hanno la storica nomea di essere mangiatori di uomini, come ricordato anche dal famoso film “Spiriti nelle tenebre”. Il leopardo è anche più pericoloso: di solito balza direttamente alla nuca della sua vittima: le spezza il collo e la trascina via, a grande velocità. Basta un attimo di distrazione per essere vittima del leopardo: non a caso, in savana si marcia sempre uno dietro l’altro, rivolgendo lo sguardo all’esterno. Chi chiude la fila, si deve voltare ogni quindici passi per guardare le spalle al gruppo. Quando ci si ferma, occorre che il gruppo assuma una formazione a riccio, nella quale ognuno sia rivolto verso l’esterno. All’interno del boma è indispensabile, poi, accendere un fuoco e montare la guardia, a turni. Per ulteriore difesa, in assenza di armi da fuoco, si possono scortecciare dei pali di legno diritti, indurendo la punta sul fuoco per creare delle specie di lance. È estremamente rischioso uscire di notte dal boma. Fra gli animali più pericolosi e famelici della savana, vi sono anche le iene, che, al contrario di quanto generalmente si pensa, non si nutrono soltanto di carogne, ma aggrediscono anche l’uomo.
Tuttavia, le insidie in Africa non si limitano ai grandi predatori; vi è un altro pericolo mortale in agguato, quello costituito dai serpenti velenosi. Nell’Africa subsahariana sono circa dieci le specie letali: molti serpenti sono arboricoli, vivono tra i rami degli alberi dove si nutrono di uova e nidiacei, insetti e piccoli rettili. Spesso, sono abbastanza timidi e reagiscono col morso solo se inavvertitamente disturbati dall’uomo. Ma ve ne sono altri molto aggressivi, che addirittura inseguono le loro vittime, mordendoli più e più volte. Tra questi, il famigerato mamba nero così detto perché, nonostante il colorito grigiastro del mantello, possiede scurissime, orrende fauci. In Africa uccide diverse centinaia di persone all’anno. Vive soprattutto nella savana dove si sposta con una velocità anche di venti chilometri all’ora (è il serpente più veloce del pianeta). Può raggiungere i quattro metri e mezzo di lunghezza. Il suo veleno è formato da neurotossine che attaccano il sistema nervoso, provocando la paralisi degli organi vitali: la morte avviene in circa 20 minuti e in alcuni casi dopo pochi minuti.
Altro vero assassino della savana è la vipera soffiante (Puff adder) di cui la spedizione del Project SNAKE ha trovato una pelle, integra, residuo della recente “muta” del rettile. Se disturbata, la vipera soffiante si gonfia d’aria, che rilascia sotto forma di un forte sibilo, da cui deriva il nome. Il suo corpo è tozzo e pesa così tanto che è costretta a spostarsi in modo rettilineo, con un movimento simile a quello di un bruco. Inietta un veleno potentissimo e necrotizzante. Un altro serpente da cui guardarsi è il cobra sputatore, una varietà del famoso serpente dotato di “cappuccio” che ha la particolarità di sputare a distanza negli occhi della vittima. Il veleno è citotossico e distrugge le cellule degli occhi. In prossimità di buchi nel terreno, termitai abbandonati, è sempre prudente, quindi, indossare degli occhiali per proteggersi da questa terribile insidia. •
Come costruire un arco di sopravvivenza
Poniamo l’ipotesi che, in un viaggio nella savana africana, si rimanga soli e sperduti, equipaggiati solo con gli strumenti di prima linea di cui abbiamo già scritto, ma privi di cibo. Considerando che in savana non c’è quasi nulla di commestibile, l’unico modo per sopravvivere sarebbe quello di catturare qualche animale. Nel caso si sia privi di armi da fuoco, l’arco può essere l’arma da caccia più semplice da costruire. Il primo elemento necessario è un ramo che va debitamente scortecciato. Con il coltello occorre affinare le estremità in modo simmetrico assottigliando quella più robusta che dovrà fungere, comunque da limb inferiore.
Successivamente, bisognerà ricavare delle intaccature per la corda, in corrispondenza delle estremità.
Una volta segnato il punto centrale dell’arco, lo si impugni in modo che il segno del centro venga a trovarsi tra indice e medio e segniamo anche i punti corrispondenti alla larghezza della mano. L’area evidenziata sarà quella dell’impugnatura che si potrà ricoprire con una striscia di pelle, o del nastro adesivo, della stoffa o anche delle fibre vegetali.
Per impermeabilizzare l’arco e rinforzare le fibre del legno, sarebbe opportuno spalmarlo di un materiale grasso. Potrebbe andar bene il grasso di un animale, dopo la prima cattura, o la cera di una candela (nel caso la si avesse con sé nel proprio kit di sopravvivenza).
Una volta realizzato l’arco, occorre la corda per la quale si può utilizzare qualcosa di cui già si disponga: un laccio da scarpone, uno spago robusto, il laccio di nylon di uno zaino… Perfino un fil di ferro, a patto che non sia troppo spesso, può servire allo scopo.
La costruzione della freccia è, pare strano, più problematica di quella dell’arco. Nel caso si fosse nelle vicinanze del proprio veicolo fuori uso, si potrebbe tentare di ricavare dalla macchina un tubetto di alluminio, o un’antenna.
In alternativa, si dovrebbero reperire in natura alcuni vegetali, naturalmente diritti, leggeri e resistenti: una canna palustre, un bambù, il viburno o il sambuco.
La tappa seguente sarà ricavare la cocca della freccia che sarà opportuno rinforzare con una legatura, in modo che la forza della corda, al rilascio, non apra in due la freccia.
Per l’impennaggio non sarà difficile trovare qualche penna remigante di uccello: si prenderà, così, la metà superiore della penna, eliminando le barbe da un lato del calamo. Tre penne, così dimezzate, andranno legate con un angolo di 120° all’asta della freccia dalla parte nuda del calamo.
Per la punta, una soluzione comoda, ma di bassa efficacia, è quella di intagliarla nel legno e indurirla sul fuoco. Più consigliabile è cercare di reperire un frammento di lamierino, da una scatoletta di latta o da un rottame, e arrotolarlo a cono. Nel caso si disponesse di una lamiera più spessa, con l’aiuto di un coltello robusto si potrebbe anche tentare di realizzare una vera punta di freccia, con tanto di codolo.
Per animali di piccole dimensioni si possono utilizzare anche aculei di istrice, frammenti di ossiadiana o selce, schegge d’osso e similia. Infine, occorre munirsi di molta pazienza e di una buona dose di fortuna. Nel caso non si riesca a catturare nulla, si può ripiegare sulle formiche: in savana non mancano i termitai e un etto di questi insetti, magari abbrustoliti sulla brace, offre circa 600 calorie. Ma è necessario essere forti di stomaco.
A.C.
Gli archi africani
Sono diverse le etnie africane che utilizzano l’arco, sia per l’attività venatoria, che ancora (incredibile dictu) per la guerra. Solitamente si tratta di archi curvi, a una sola curvatura, e, a parte pochi casi, sono tutti realizzati in legno di acacia, che possiede eccellenti qualità note fin dall’antichità (è l’essenza con cui si tramanda venne costruita la biblica Arca dell’Alleanza). Il legno ha tessitura media, regolare, con fibre diritte o intrecciate. È pieghevole, con buona resistenza all’urto, poroso e molto duro, compatto ed elastico, facilmente fendibile, dal colore rosso-dorato-aranciato, che risalta particolarmente dopo una buona lucidatura della superficie. Una volta asciutto, si rivela solido, inattaccabile dai tarli e resistente all’umidità. La sua lavorabilità è discreta, ma contiene qualche chiazza più dura e ha tendenza a fendersi all’estremità della fibra.
Di solito, l’arco africano, fabbricato con l’acacia, è a sezione tonda, e per quanto gli archi di questo tipo siano meno efficaci e longevi, di converso sono abbastanza semplici da realizzare. La forma è a fuso, con l’impugnatura centrale molto più grossa rispetto alle sottili estremità. È piuttosto corto, solitamente, circa un metro e mezzo. Solo in alcuni casi può rivelarsi “composito” comprendendo al suo centro una lamina di acciaio avvolta da strisce di pelle o da tendini di animale.
Il gruppo etnico degli Zulu, tuttavia, non ha mai molto usato l’arco in guerra, soprattutto perché la loro etica guerresca privilegia il corpo a corpo, combattimento in cui si servono di mazze o di giavellotti come gli assegai, o di corte lance dette iklwa.
L’arco, detto umnsalo, è invece ovunque usato, in Africa, dall’umzingeli (cacciatore). Un discorso a parte va fatto per gli archi da trappola. Piccola e molto incurvata, di solito quest’arma è collegata a un trappolamento a scatto che viene nascosto nel fitto della vegetazione. A volte, per le trappole, vengono usati anche normali archi da caccia, ma essenzialmente la sua efficacia è finalizzata a colpire la preda a un massimo di tre metri di distanza. Il potere d’arresto della freccia non è importante: le frecce sono sempre, infatti, avvelenate ed è sufficiente che la punta riesca a superare la pelle dell’animale per poterlo abbattere.
Ma in Africa l’arco non è più solo usato per la caccia e la guerra: la Federazione Internazionale del Tiro con l’arco sta cercando di far crescere la disciplina sportiva in Africa utilizzando degli archi in vinile e portando dei tecnici in alcune nazioni del continente nero. L’iniziativa ha avuto successo, tanto che alle Olimpiadi di Rio hanno esordito alcuni atleti africani grazie alla wild card.
Lo scopo della Federazione africana di tiro con l’arco è quello di garantire lo sviluppo dello sport nel continente e di fornire le infrastrutture e il know-how ai Paesi membri. Un primo obiettivo è quello di garantire che in tutti questi venga eseguito almeno un torneo nazionale all’anno, per sviluppare lo sport a tutti i livelli. Inoltre, intende fornire capacità crescenti sia per lo sviluppo dei giudici e degli istruttori e per creare un legame sempre più stretto con la Federazione internazionale nella prospettiva di un’ulteriore escalation a livello internazionale.



