Ecco il Sambodromo di Rio de Janeiro, cuore pulsante della vitalità brasiliana, location scelta per il tiro con l’arco ai primi Giochi Olimpici e Paralimpici ospitati in Sud America. La storica passerella dove si festeggia il carnevale carioca è stata probabilmente il luogo di gara che meglio di ogni altro evidenziava le contraddizioni di un Paese comunque straordinario. La linea di tiro dove i migliori arcieri del mondo si sono sfidati per l’immortalità olimpica è infatti il luogo dove tutti i brasiliani, ricchi o poveri che siano, celebrano insieme con una festosa e scintillante catarsi la loro energia vitale a ritmo di samba.
Il quartiere del Sambodromo illustrava in effetti in ogni sua sfaccettatura la realtà dei Giochi Olimpici sudamericani. E allora era giusto mettere da parte ogni timore e vivere questa esperienza come un autoctono, muovendosi in metropolitana fino alla fermata Praça Once, dove volontari sorridenti indicavano il cammino da seguire, chissà perché ogni giorno diverso dal precedente. E ti trovavi a fiancheggiare enormi palazzi a vetri che riflettevano la strada sterrata della favela che costeggia i 700 metri di viale, dove potevi imbatterti in cinque bambini che giocavano a calcio a piedi scalzi con un pallone che un bimbo italiano nemmeno definirebbe tale. La loro allegria contagiosa, nel rincorrersi tra finte e doppi passi era il miglior modo per accogliere i gringos diretti allo stadio del Tiro com Arco.
E che atmosfera una volta dentro! Con quei campioni che si giocano la gara della vita tra mille pressioni, impegnati a concentrarsi senza tradire emozioni per non sprecare un’occasione forse irripetibile. Ma come fanno a rimanere così calmi? È il primo interrogativo che ci si pone osservandoli nei tiri di allenamento. Eppure era impossibile dimenticarsi della posta in palio: sullo sfondo dell’opera realizzata nel 1984 dall’architetto Oscar Niemeyer, a colorare l’enorme arco che chiude la Passarela Professor Darcy Ribeiro (simbolo del culto brasiliano per il fondoschiena), campeggiavano i cinque cerchi olimpici, quasi fossero mirini sulla favela che si arrampicava dietro il Sambodromo. E lì, in alto a destra, mentre giocava a nascondino tra le veloci nuvole del pur mite inverno carioca, svettava il Cristo Redentore che sorvegliava le prestazioni degli atleti e stringeva col suo mistico abbraccio il disegno morbido di questa meravigliosa città adagiata sull’oceano.
Per gli addetti ai lavori era facile riconoscere la portata dell’evento entrando in una sala stampa gremita da giornalisti provenienti da ogni angolo del mondo. Con telecamere, fotocamere, portatili, tablet, smartphone e taccuini, tutti erano bramosi di storie immortali. Incuranti del giudizio critico del mondo e con la leggerezza d’animo di chi sa che gli ingranaggi della logistica potevano scricchiolare, i brasiliani hanno espresso tutta la loro cordialità, facendo in modo che ognuno potesse sentirsi a casa nonostante qualche disagio. Inutile allora lamentarsi per l’aria condizionata che ghiacciava dita e pensieri, per l’impossibilità di gettare carta nel water o per la mancanza di copertura antipioggia in tribuna stampa dove, tra le apparecchiature elettroniche, le dirette tv e radiofoniche proseguivano annaffiate dai nuvoloni tropicali, con la viva speranza di non rimanere folgorati e vedere il prima possibile il caldo sole carioca che riportava in un baleno una miriade di persone nelle rinomate spiagge della chic Copacabana e della frizzante Ipanema.
E in questa cornice variopinta sono andate avanti per otto giorni le gare del Sambodromo. Dove anche chi aveva realizzato un record del mondo stratosferico poteva essere eliminato da un avversario 33° in ranking o dove una folata di vento spostava la freccia lontana dal centro a chi è abituato a piazzarle solo nel giallo, naufragando sotto le bordate di un giovane sconosciuto che naviga disperatamente verso il match della vita.
Noi italiani abbiamo tifato, gioito e pianto per la delusione. Dopo cinque edizioni consecutive a celebrare un podio olimpico, questa volta siamo tornati a casa con un senso di vuoto. Cosa mancava? Una medaglia naturalmente! Eppure, almeno un successo, i nostri beniamini lo avrebbero meritato. Mauro Nespoli è stato l’ultimo a mollare. Voleva una medaglia individuale con tutto se stesso per riscattare una scialba prova a squadre, ma conosciamo bene la legge spietata degli spareggi. Lo sport e la vita sono così: il paradiso di uno può essere l’inferno di un altro e l’avventura si è stoppata a un passo dalla gloria.
Prima di lui ci avevano fatto sognare fino alla fine le esordienti Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari. La loro sembrava una medaglia sicura e poi, invece, in un solo istante, tutto è svanito. Intendiamoci, il 4° posto ai Giochi Olimpici è un successo, essendo il miglior risultato della Fitarco al femminile nella storia della competizione. Il giudizio va moderato analizzando il percorso delle nostre atlete che, con una manciata di frecce, si sono giocate quattro anni di duro lavoro. E nonostante una delusione che non lascia scampo, hanno alzato la testa con la fierezza di chi ha dato tutto. Tanto basta per ringraziarle.
A questo riguardo tralasciamo le polemiche divampate sui media italiani per un infelice titolo di giornale sulle nostre eroine. Un titolo che ha aggiunto amarezza al profondo sconforto per la finale persa. La lettera aperta del Presidente Scarzella pubblicata su tutti i media italiani chiariva fino in fondo il nostro stato d’animo per una sconfitta che, ne siamo certi, ci fortificherà e darà ulteriore slancio guardando al prossimo appuntamento olimpico. Certo, sarebbe stato meglio andare su tutti i TG italiani per una medaglia vinta invece che per una “bolla mediatica”, ma questo è il giornalismo moderno e bisogna saper sopportare gli incredibili eccessi dei social, soprattutto quando si è sotto i riflettori per la manifestazione più seguita al mondo. E in questo le nostre ragazze vanno applaudite per lo stile e la lucidità con i quali hanno difeso la loro immagine di atlete di rango internazionale.
Purtroppo i Giochi non godono più della pace olimpica come accadeva nell’antica Grecia, ma resteranno lo stesso nel cuore e nella memoria i messaggi universali che questa manifestazione porta con sé, insieme alle spettacolari cerimonie nel nuovo Maracanà, i suoni, i colori, le storie, gli episodi, i racconti, i volti, gli abbracci, i sorrisi, le urla, i pianti di gioia e di dolore. Un turbinio di sensazioni che ci accompagneranno nel nostro percorso di sportivi verso nuovi orizzonti e nuovi sogni che coltiveremo per un altro quadriennio.
Noi sportivi non ci stancheremo mai di accompagnare le gesta dei grandi atleti e in particolar modo dei nostri azzurri. Saremo al loro fianco senza se e senza ma. Perché è grazie a loro che la vita può riservare lampi di emozioni immortali. È grazie a loro che, mettendo la pausa al film della vita di ogni giorno, possiamo aprire una finestra sul mondo e vivere istanti straordinari, tifando per un’impresa che, anche solo un pochino, sentiamo che sarebbe anche nostra. Consapevoli di aver vissuto un’esperienza che, nel bene o nel male, sarà impossibile dimenticare. •
Il Presidente World Archery Ugur Erdener eletto Vicepresidente CIO
Il Prof. Ugur Erdener, Presidente World Archery e membro del Comitato Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale dal 2014, è stato eletto Vicepresidente CIO in occasione del 129° Congresso tenutosi a Rio de Janeiro, il giorno precedente al via dei Giochi Olimpici.
“Sono onorato di essere stato eletto nel ruolo di Vicepresidente del Comitato Olimpico Internazionale”, ha detto Erdener. “I principi Olimpici sono sempre più rilevanti nel mondo moderno, e io sono impegnato a sostenere l’obiettivo del CIO nella costruzione di un mondo pacifico e migliore attraverso lo sport”.
Ugur Erdener è così diventato il secondo Presidente del tiro con l’arco internazionale a diventare Vicepresidente CIO, dopo Jim Easton, che ha ricoperto questo ruolo dal 2002 al 2006. Il Vicepresidente World Archery Mario Scarzella ha naturalmente espresso grande soddisfazione per l’elezione di Erdener: “Sono molto felice per Ugur. Questo risultato significa che ha svolto un grande lavoro per il tiro con l’arco internazionale e per lo sport in generale. Gli ho già rivolto il mio in bocca al lupo e sarà un piacere continuare a collaborare per la crescita del nostro sport in ambito mondiale”.




