Il Mausoleo dell’Imperatore Qin Shi Huang
Uno dei più preziosi e grandiosi documenti dell’antica arcieria cinese risale a 2200 anni fa e si trova presso il Mausoleo del primo imperatore Qin presso Xi’an, nella provincia Shaanxi. Si tratta del sito archeologico più importante del Paese asiatico ed è noto per essere stato chiamato l’”ottava meraviglia del mondo”. Realizzato in circa 40 anni, dal 246 a.C. al 208 a.C., consiste in un esteso complesso funerario costruito in modo da riprendere, in piccolo, la capitale imperiale di Xianyang, riproponendo una “città interna”, occupante un’area di 2,5 km, ed una “città esterna”, occupante un’area di 6,3 km.
Qin Shi Huang, nato nel 260 a.C., fu il primo imperatore che unì la Cina e che iniziò la Grande Muraglia. Era totalmente ossessionato dalla prospettiva dell’immortalità, tanto da dar credito a tutti i ciarlatani che gli promettevano pozioni di lunga vita. Fu proprio per delle pillole di mercurio propinategli dai medici imperiali che morì nel 210 a.C.
Per ben tre volte, visitò l’Isola di Zhifu per compiere dei pellegrinaggi alle Montagne dell’Immortalità. Finanziò, inoltre, ben due spedizioni del mago di corte Xu Fu alla ricerca della mistica isola-montagna di Penglai ove avrebbe dovuto trovare il più potente degli elisir. Gli inviati, tuttavia, non fecero mai più ritorno, forse perché non avendo trovato la magica bevanda, e timorosi dell’ira del sovrano, avevano deciso di sparire.
Ecco perché non ci si deve meravigliare se questo imperatore abbia investito così tanto tempo e risorse nella preparazione della sua gigantesca tomba.
Nonostante le dimensioni, un sito così grande e antico fu scoperto solo in epoca recentissima, negli anni ’70, dopo che alcuni contadini del villaggio di Xi’an, mentre scavavano un pozzo, rinvennero a pochi metri di profondità alcune punte di freccia di bronzo insieme a cocci di terracotta. I primi reperti furono venduti per pochi soldi, finché un funzionario responsabile dei lavori idraulici, giunto sul posto, non avvertì le autorità. Così, nel maggio del 1974 gli archeologi iniziarono la prima campagna di scavi in quella che si sarebbe poi chiamata “Fossa 1” contenente il maggior numero di guerrieri di terracotta. Due anni dopo vennero iniziati i lavori nella “Fossa 2” e tre anni dopo nella terza Fossa. Nel 2008, si giunse al rinvenimento di oltre seicento fosse contenenti i più svariati cimeli: statue di guerrieri e cavalli, carri da guerra, statue e armi in bronzo, come balestre, archi e frecce, nonché manufatti ed utensili d’uso quotidiano.
Secondo quanto riferisce l’antico storico cinese Sima Qian, nato cento anni dopo la costruzione del Mausoleo, alla monumentale opera presero parte oltre 700.000 prigionieri.
“Hanno scavato attraverso tre strati di falda acquifera e colato il bronzo per il catafalco. Palazzi e pagode per un centinaio di ufficiali vennero costruite ed il sepolcro fu riempito di rari artefatti e meravigliosi tesori. Artigiani vennero incaricati di realizzare balestre e frecce destinate a trafiggere chiunque tentasse di entrare nella tomba. Il mercurio, fatto scorrere tramite un sistema meccanizzato, venne utilizzato per simulare i cento fiumi, il Fiume Yangtze, il Fiume Giallo ed il Grande Mare”.
La camera funeraria dell’imperatore Qin Shi Huang non è ancora stata scavata dato che è così profonda da attraversare tre livelli di falde acquifere, con pareti in bronzo e circondata da canali di cinabro, cioè solfuro di mercurio che, per la filosofia tao-ista, sarebbe un attivatore energetico per l’immortalità. Degno di nota è che la distribuzione delle zone ad altissimo livello di mercurio disegna una mappa, seppur approssimativa, del sistema idrico dell’impero Qin. La presenza del mercurio non è affatto insolita nelle antiche tombe cinesi ma mai in concentrazioni che si avvicinano a quelle riscontrate nella tomba di Qin Shi.
Nel 206 a.C., alla caduta della Dinastia Qin, il Mausoleo venne saccheggiato dalle truppe del generale Xiang Yu. I soldati si rifornirono di armi togliendole all’esercito di terracotta, alla fine bruciarono le cripte, che crollarono. Il Sancta Sanctorum del vecchio tiranno, probabilmente una delle tombe più ricche di tutta la storia, non venne però mai violato. •
I guerrieri dell’imperatore
In ognuna delle tre fosse che sono state rinvenute dagli archeologi è contenuto un esercito in terracotta. La n. 2 posta 20 m a nord della n. 1, contiene circa 1000 guerrieri, la n. 3, posizionata a occidente della numero 2 e poco a nord del muro occidentale della n. 1, contiene circa 68 generali. Entrambe sono state successivamente ricoperte di terra per motivi di conservazione. Le ricerche si sono quindi concentrate intorno alla fossa n. 1, la più grande.
Questa è pavimentata con mattoni crudi e contiene ben 6000 guerrieri la cui statura va da 1,75 a 1,97 m. Considerata l’altezza delle statue, senza dubbio queste dovevano riprodurre la Guardia imperiale, selezionata proprio per la prestanza fisica. Ogni statua pesa quasi due quintali, è di terracotta piena fino alla cintura, mentre è cava nel tronco e nella testa. Ogni soldato era dipinto con colori che ne dovevano riprodurre fedelmente l’incarnato, il colore dei vestiti e delle armature. Le statue dovevano riprodurre, quindi, soldati realmente esistiti, con una precisione maniacale. Per quanto ogni soldato sia unico, con un volto che è un vero e proprio ritratto, gli altri pezzi dovevano essere stati scolpiti quasi in una catena di montaggio.
Ancora meno della metà di questa fossa è stata sterrata e restaurata. Il restante è stato sterrato solo parzialmente e poi ricoperto per conservare i manufatti e restaurarli in un secondo tempo. Tre file di 70 balestrieri e arcieri ciascuna aprono la falange sul lato orientale e dietro a loro, disposti su 36 file di 150 guerrieri ciascuna, sono le varie squadre. Ogni squadra su 4 file è assistita da un carro montato da un auriga e un arciere e trainato da 4 cavalli (lunghi 2 m e alti 1,5 al garretto). Ci sono 35 carri nella prima fossa. I fianchi settentrionale, meridionale e occidentale sono occupati da una fila di guerrieri che guarda l’esterno come per avvistare un eventuale attacco.
I carri erano in legno come anche buona parte delle armi (più di 10.000 fra lance, archi, frecce, balestre e asce da guerra) ma le lame delle armi, le punte delle frecce e le spade erano in bronzo. Il legno si è decomposto lasciando però calchi che ne hanno permesso la ricostruzione. Le parti in bronzo si sono stupendamente conservate e spesso si presentano ancora affilate e luccicanti così come sono state deposte ai piedi delle statue. È assodato che gli antichi maestri armieri cinesi conoscessero già il procedimento della cromatura per preservare le superfici dei metalli più ossidabili. Il filo di gran parte delle lame è infatti rimasto affilatissimo. Sono stati ritrovati anche i meccanismi in rame delle balestre.
L’esercito, nell’aldilà, si sarebbe rianimato per proteggere l’Imperatore.
Se gli armati, invece di essere sepolti con l’Imperatore, furono riprodotti in terracotta, una sorte non altrettanto favorevole toccò alle concubine di Qin Shi che furono strangolate e sepolte con lui. Anche gli operai che avevano allestito i tesori della camera funeraria furono uccisi e sepolti nella terra del Mausoleo.
A.C.
L’arco cinese nella storia
Per millenni l’arco ha rivestito, a scopo militare e rituale, un ruolo fondamentale nella civiltà cinese. Già durante la Dinastia Zhou (1146 a.C.-256 a.C.), il tiro con l’arco era motivo di vanto ed orgoglio per i sovrani del Celeste Impero tanto quanto per i grandi filosofi e pensatori. Lo stesso Confucio era insegnante di tiro con l’arco ed anche Lie Yukou (fondatore del taoismo) era un appassionato arciere. Considerando la lunghissima durata della storia di questa cultura, non si può parlare di un unico tipo di arco cinese. Il G¯ong, questo il nome dell’arco, ha assunto, nei secoli, diverse fogge, anche in base agli influssi di altre culture. L’arco riflesso in corno sciita si diffuse nelle contrade occidentali della Cina sin dai tempi della Dinastia Zhou; l’arco lungo (comunque non più di 1,6 m) era invece tipico delle contrade meridionali della Cina, caratterizzate da una rigogliosa vegetazione che forniva i materiali adatti per creare questo tipo di arma. L’arco composito in legno fu prodotto al sud mescolando diverse tipologie di materia vegetale: al legno tradizionale si aggiunsero il bambù ed il gelso, avvolti poi in strati di seta coperti di lacca. L’arco a siyan lungo in corno fu un’evoluzione matura dell’arco composito dei nomadi, e rese lunghi e snelli i suoi flettenti massicci. L’arco in corno della dinastia Ming era invece di derivazione turca, mentre l’arco in corno Qing, evolutosi a partire dall’arco dei Manciù, era un grande arco composito di 1,7 m, con flettenti lunghi e massicci, capace di scagliare a notevole distanza frecce molto più pesanti nel normale, lunghe anche un metro.
L’antica tradizione del tiro con l’arco andò perdendosi nel corso del ‘900 quando in tutta la Cina il numero dei fabbricanti di archi “tradizionali” si ridusse ad una sola bottega. Solo recentemente, il governo cinese è tornato ad incentivare tale antica pratica.
Fin dal XII secolo a.C. l’equipaggio standard del carro da guerra sinico prevedeva un conducente, un alabardiere ed un arciere.
Durante il Periodo dei regni combattenti (453 a.C.-221 a.C.) l’influsso mongolo spinse in favore della diffusione della pratica del tiro con l’arco dagli arcioni della sella: anche in Cina si ebbero così truppe di arcieri a cavallo. I primi reggimenti di questa nuova tipologia di truppa vennero reclutati per ordine del sovrano Wuling di Zhao nel 307 a.C..
Rispetto alla cavalleria, la fanteria cinese ordinaria fece un uso molto limitato dell’arco, preferendogli la balestra, arma più potente, necessitante di un addestramento meno pesante e costante. Balestre con sofisticati meccanismi in bronzo erano già in uso in Cina del VII secolo a.C., e di questi moltissimi ne sono stati ritrovati tra l’equipaggiamento dei guerrieri di terracotta.
Oltre che per la caccia con arco e frecce del tipo “tradizionale”, largamente praticata sia a piedi che a cavallo, la Cina si distingue per il ricorso a due particolari varianti: la caccia con arco “a palline” e la pesca con l’arco. L’arco utilizzato per scagliare palline di pietra era solitamente molto piccolo e leggero, facilmente trasportabile. Il ricorso a frecce dotate di lenza per colpire e recuperare i pesci è attestato sino alla Dinastia Tang (618-907).
A.C.




